CINQUE STORIE DI TIC

 

La palla

 

La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.

Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.

Luminoso.

Ero così quando facevo la palla.

Mia moglie mi chiedeva sempre di fare la palla, quando stavamo in giardino e giocavamo con la nostra cagnolina Lisistrata.

Come correva Lisi quando facevo la palla e rotolavo sull’erba!

Anche quando pioveva mia moglie mi chiedeva di fare la palla.

Una volta che eravamo alla casa al mare e c’era il temporale, mia moglie ha spento la tv di colpo, abbiamo preso Lisistrata e siamo andati sulla spiaggia.

Io mi sono attorcigliato e ho incominciato a rotolare sul bagnasciuga. Mia moglie mi guardava e sembrava ci fosse il sole, anche se pioveva di brutto e c’erano i fulmini.

Lisistrata tremava e non mi rincorreva e fissava il mare che per lei era un mostro nero.

Io però continuavo a rotolare, perché sapevo che mia moglie era felice.

Non capivo esattamente le sue sensazioni, ma io quando facevo la palla mi sentivo dio.

Anche quando mia moglie si è messa a urlare che Lisi stava male, io non mi sono fermato, perché sapevo che mi voleva lì, a rotolare sulla spiaggia all’infinito.

 

 

Il ragazzo che salta dai terrazzi

 

 

Una sera sono andato al Domani, un locale che hanno aperto da un paio di settimane dalle parti del Colosseo.

“Fanno degli ottimi cocktail”, questo è quello che ho detto ad Annina, la mia ragazza. Invece dei cocktail non mi fregava niente: ero curioso di vedere il ragazzo che salta da un terrazzo all’altro e che si esibisce lì.

Il Domani si trova all’ultimo piano, credo il settimo, di un palazzo che dà proprio sul Colosseo.

Annina è venuta con me, come sempre, anche se io sto cercando in tutti i modi di scrollamela di dosso e, pure se non ho le forze per trovarmi un’altra, spero in qualche modo di rimanere da solo, prima o poi.

Quando siamo arrivati, subito ho cercato di capire dove fosse il ragazzo che salta dai terrazzi.

“Lo riconosci perché ha i capelli blu” così mi aveva detto Alfredo.

Avevo i brividi solo a pensare che si sarebbe lanciato dal settimo piano ed ero lì solo per quello, anche perché i brividi si mescolavano a un desiderio nuovo e potente.

“Cos’è una specie di alieno che riesce a volare?” avevo chiesto ad Alfredo e lui era rimasto zitto come se avesse visto due turbini neri che partivano dai miei occhi e che presto si sarebbero ingoiati ogni cosa in un’enorme voragine multiforme.

Lì al Domani, Annina come suo solito si era incollata a me abbracciandomi con le sue braccia ossute e, mentre cercavo un modo per riuscire a sgusciare via, il ragazzo che salta dai terrazzi è arrivato correndo (non so da dove, perché era velocissimo), con le scarpe da ginnastica e i capelli blu.

Ha spiccato un salto lunghissimo dal terrazzo e poi è scomparso.

Mi è arrivato addosso un rumore sordo e tutto quello che ho dentro le orecchie da quel momento è ovattato.

Qualcuno ha urlato (ma per me erano sempre urla ovattate), altri si sono affacciati dal terrazzo e indicavano verso la strada.

Anche in quel momento Annina è rimasta abbracciata a me, proprio mentre mi accorgevo che non c’era più alcun ragazzo che salta dai terrazzi e che io sarei rimasto attaccato a lei, ancora per mille anni.

Er Cane

 

Er cane ®, testo di Emanuele Kraushaar, illustrazione di Enrico Pantani, Tic Edizioni.

 

 

Allo stesso livello

 

 

Da qualche giorno mia sorella si sta allungando. La prima volta che ho notato questo fenomeno è stato lunedì sera. Lei è venuta a trovarci per passare qualche ora con me e la mamma. Ci ha parlato un po’ di quelle sedute di preghiera collettiva a cui sta partecipando. Oltre le finestre della sala c’era un grosso temporale, ma in famiglia si sta bene. Finché c’è la mamma tutto sembra lontano e passeggero.

Queste cose le penso anche adesso che ho quasi trent’anni e non mi vergogno di ammettere che passerei tutta la vita incollato al divano della sala, accanto a mia madre e mia sorella a parlare di qualsiasi cosa.

“E quel ragazzo di cui ci avevi parlato?” ha chiesto la mamma ad un certo punto. È stato proprio in quel momento, mentre mia sorella rispondeva: “È molto gentile con me e ha una gran forza di preghiera” che mi è sembrato che si stesse allungando.

La sua testa mi è parsa quasi irraggiungibile. Così ho cercato protezione negli occhi della mamma: quando la guardo non ho paura di niente. E anche se ho quasi trent’anni, non ho nessun problema a dirlo.

Mia sorella vive da sola da quasi tre mesi. Non ci ha mai presentato a casa un fidanzato, ma da qualche tempo parla sempre di questo ragazzo della preghiera collettiva.

E forse è proprio da quando fa queste preghiere che si sta allungando.

Poi l’altro giorno è tornata e l’ho vista alta e irraggiungibile. Per baciarla ho dovuto mettermi sulle punte.

A dire la verità, questa storia di mia sorella non mi dà pace.

Vorrei parlarne con la mamma, ma certi discorsi è difficile tirarli fuori anche con lei. Poi credo che non si sia accorta di niente. Da quando mia sorella vive da sola, la mamma è contenta e serena e non voglio darle nessun problema.

Mi terrò dentro questa mia sensazione, finché la cosa non sarà evidente. E credo che presto sarà visibile a tutti che mia sorella è altissima.

Sabato, andando via, ha quasi sbattuto la testa sulla porta e vedendola allontanarsi in macchina mi è sembrata piegata su sé stessa.

Io esco poco di casa e non ho una fidanzata. L’ultima volta che ci ho provato con una ragazza è successo anni fa. Fu con la bionda della biblioteca.

“Hai degli occhi blu che mi piacciono” disse fissandomi.

“Hai uno sguardo intelligente e capelli forti” aggiunse.

“Ma sei troppo basso per me” concluse, mentre mi sentivo come schiacciato a terra, quasi allo stesso livello del pavimento, quello della polvere e degli esseri invisibili.

 

 

Stella

 

 

A me piacciono le stelle, per questo dopo il tramonto sto sempre al molo a scrutare il cielo.

Un giorno mi accorgo che una delle stelle è, in verità, un’astronave.

L’acqua del lago s’increspa e io vedo riflessa la mia prima ragazza.

In un lampo, mentre l’astronave si avvicina, mi arrivano centinaia d’informazioni, molte inutili,

come spesso la vita è inutile, altre veramente angoscianti, come la vita può essere angosciante.

In quel momento sono anche consapevole che le coincidenze spesso ce le costruiamo noi con molta determinazione, un piccolo passo alla volta, un mattoncino dopo l’altro; per questo dentro di me inizia a scorrere un fi

ume di verità e so – una volta per tutte – che ho iniziato a guardare le stelle dopo che la mia ragazza Stella mi ha lasciato.

Ora vorrei solo una cosa e sono ancora qui sul molo o forse sono morto da tempo o quando sono

morto sono nato finalmente una volta per tutte, però quello che voglio lo so benissimo e lo grido

verso l’alto: “Stella, scendi da là!”. Ma l’astronave rimane sospesa tra il cielo e l’acqua, che

sembrano mescolarsi e inghiottire ogni cosa dentro un manto scuro, senza stelle.

 

 

Emanuele Kraushaar vive a Trastevere, anche se fa spesso lunghi viaggi nella galassia di Tic Edizioni. Ogni tanto scrive racconti brevi. Ha pubblicato Tic (Atì, 2005) e Maria De Filippi (Alet, 2011).

Di Emanuele Kraushaar | Tic edizioni

Illustrato da Francesca Murgia

Altri racconti di questo numero: Passavamo da Scarpone…, Lo scemo di un lampione

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