ALICE’S CUT

 

Il principe sabotatore – Si può dire che Totò rappresenti la prima maschera comica di molti di noi. Nei miei ricordi di bambina ci sono anche Stanlio e Ollio, molto prima di Chaplin, di Keaton o dei fratelli Marx, arrivati dopo, assecondando curiosità più consapevoli. Più in là mi sono lasciata sedurre da Belushi, Carrey e Andy Kaufman (per dirne giusto tre). Volti e corpi deformabili che mi hanno sempre turbato ed estasiato.

Stanlio e Ollio li guardavo ipnotizzata durante le assidue repliche in tv, in un continuo loop di quell’Arrivedeeeerci che andava in onda mentre cenavo da bambina. Mi terrorizzavano le mogli arpie del duo americano, despote e tiranne. Simili a quelle dei film di Totò, scoperti grazie a mio nonno paterno, che davanti al Principe rideva fino alle lacrime più sincere. Questo gli succedeva solo con Totò e con Tom & Jerry, che in fondo se ci penso bene non sembrano poi così distanti, creatori di azioni distruttive e reazioni mai davvero riappacificanti. Sempre distorti nel viso/muso e nel corpo.

Il mio primo Totò è stato “Totò cerca casa”, regia di Steno e Monicelli, entrambi anche alla sceneggiatura insieme ad Age e Scarpelli. Totò è Beniamino Lomacchio, marito di Amalia e padre di Aida e Otello. Siamo nell’immediato dopo guerra, la famiglia Lomacchio ha perso la casa durante i bombardamenti e vive in una scuola. Quando si torna alla normalità i Lomacchio sono costretti a vagare da un luogo all’altro. Alloggiano in un cimitero, dentro al Colosseo, diventano preda di un agente immobiliare truffaldino che affitta lo stesso appartamento a più famiglie, scatenando gag in piena tradizione di commedia degli equivoci.

Da poco è uscito l’attesissimo Checco Zalone. L’attore pugliese e quello napoletano sono simili (con tutte le precauzioni del paragone) soprattutto nell’incarnare le brutture, e non di meno le bellezze, dello Stivale e di chi lo abita. Beniamino Lomacchio è l’italiano tipico, caciarone e individualista. Quando trova del cibo se lo tiene stretto avidamente e non resiste ad essere lascivo di fronte a una bella donna. Fa la voce grossa con Amalia per ribadire chi porta i calzoni in casa ma in realtà di potere effettivo ne ha ben poco e lei e la figlia Aida gliela fanno sempre sotto gli occhi.

Mentre scrivo mi vien da pensare che forse è proprio il carattere rivoluzionario, seppure apparentemente apolitico del Principe, a mancare al comico pugliese (sempre ammesso che voglia averlo). In questo senso, pur essendo una sua estimatrice e riconoscendo che solo il tempo ci darà una risposta, mi sembra che Zalone non possieda davvero quella capacità di disturbare e creare disagio, quel saper sabotare necessario al compimento della missione comica, che è sempre violenta e bulla, distruttrice di ogni fondamenta.

Eccolo il punto. Il comico e lo stravolgimento, il comico e la distruzione. “Totò cerca casa: il manifesto programmatico del tirare a campare”, intitola il suo pezzo Gianluca Vignola nella pagina accanto. Quando ero bambina, percepivo Totò come un folletto ammaliante. Più tardi sarei rimasta incantata di fronte a “Che Cosa Sono le Nuvole?” dove Pasolini dipingeva il suo Totò tutto di verde, come in una sorta di esplosione di “follettitudine”. Ma la poeticità e soprattutto la politicità del tirare a campare di Totò l’ho capita solo negli anni, mano mano che lo sguardo diventava più adulto. In questo tirare a campare, prima dell’imminente arrivo della società del benessere fatta di mutui ed elettrodomestici, solo una cosa è certa: e cioè che i potenti e i privilegiati vanno combattuti, sempre e comunque.

Beniamino Lomacchio è un Totò anarchico e lo è in primis col suo corpo isterico e restio alle leggi della fisica. Occupa tutte le superfici che riesce a trovare pur di avere un tetto sulla testa. Si finge scolaro ed è disturbante non appena entra in scena: quando dimostra di poter covare l’uovo che ha appena rubato al bidello e quando a lavoro timbra tutto ciò che gli capita sotto mano, in piena citazione di quell’avvitare schizofrenico di Chaplin, che si sottrae alla sottomissione della catena dittatrice della fabbrica. E in quel frenetico timbrare ecco che Lomacchio si trova davanti alla superficie tonda tonda del sederone del sindaco, personaggio che incarna il potente per eccellenza, tronfio di cibo e benessere.

Il Totò di “Totò cerca casa” è un sabotatore che non ci lascia mai tranquilli ed è per questo che il film di Steno e Monicelli ha qualcosa di estremamente disturbante. E se questo film ancora rimanda ad un tipo di comicità fortemente impregnata di gesti e movenze del cinema muto, già ci prepara il campo per i film in cui il Principe lascerà più spazio alle parole e a quella voce così unica, continuando sempre a sabotare chiunque pretenda di avere carta bianca.

 

Il manifesto programmatico del tirare a campare – Era il 1966 quando Totò iniziò a lavorare con Pier Paolo Pasolini. Uno scambio proficuo, il cui risultato fu di due cortometraggi (Che cosa sono le nuvole? e La terra vista dalla luna) ed un lungo, Uccellacci e Uccellini che valse all’attore partenopeo una menzione speciale a Cannes ed il secondo Nastro d’Argento in carriera dopo Guardie e Ladri.

Di Totò, Pasolini dirà che: «riuniva in sé, in maniera assolutamente armoniosa, indistinguibile, due momenti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdità/il clownesco e l’immensamente umano». La sua era una maschera pregna di «decrepita saggezza», un corpo in bilico continuo tra due vettori di forza uguale ma dal segno contrario: da una parte l’aristocratico Antonio De Curtis, erede della Napoli perbene, dall’altra, invece, il Totò affamato, proletario, quello dei vicoli, dei sotterfugi per tirare a campare.

Uccellacci e Uccellini, con le lunghe camminate sotto il braccio di Ninetto Davoli, è forse per Totò il suo personalissimo viale del tramonto.
Ci piace allora contrapporre quella andatura stanca, quei gesti sommessi, alla scalcinata corsa di Totò cerca casa in cui, il Principe della risata, scorribanda in macchina tra le macerie di una Roma che a fatica si riprende dai bombardamenti subiti durante la guerra (il film è del 1949).

Nella sua folle parata al volante, con una bomba sotto il freno gli impedisce di fermare l’automobile, Totò tampona le bancarelle del Lungotevere, entra in una fabbrica di ceramiche e poi in una casa all’angolo di Via Giulia. Intorno a lui una città semideserta, un pizzardone gestisce il poco traffico e a momenti viene investito anche lui dal Totò scheggia impazzita. Sembra una scena de Gli uomini che mascalzoni di Camerini, quando Vittorio De Sica ruba l’auto del padrone per far colpo sulla sua amata ed il tragitto, visto dai finestrini, è un tripudio futurista di progresso ed alta velocità.

Forse, allora, anche nella corsa pazza di Totò cerca casa c’è qualcosa di liberatorio. C’è sicuramente la voglia di scappare dalla miseria del conflitto, c’è una sana, frizzante necessità di ricominciare da capo. Di nascondere le macerie e, da lì, ricominciare a vivere.
Non a caso la corsa termina al Foro Italico, dove il sindaco (interpretato da Enzo Biliotti) sta per inaugurare un monumento che sia simbolo di un «Paese che rinasce dalle macerie, la sintesi della ricostruzione».
Del resto, un po’ tutto il film dimostra che con le disgrazie del passato nessuno voleva più avere a che fare.

Nel quinquennio successivo alla liberazione di Roma, il cinema aveva fatto la sua parte recuperando ogni millimetro di pellicola ancora in circolazione. Aveva deciso di registrare per sempre tutto ciò che era possibile trovare per strada, senza filtro alcuno. Con gli studi di Cinecittà adibiti a ricovero per sfollati, la macchina da presa dei registi era costretta a ripartire dalle piazze, dai viali, dai borghi. Ed allora ecco il Neorealismo ed i lavori di Rossellini, De Santis, De Sica.

Al botteghino, però, quei film furono un fiasco. La gente aveva bisogno di evadere.

Totò cerca casa fu allora uno dei primi tentativi di fusione tra il cinema della stagione neorealista e quello di cassetta, più accessibile ed alla portata di tutti. Ed infatti il lavoro di Steno e Monicelli portò a casa più di 500 milioni di lire (che è un po’ come se oggi un lungometraggio italiano incassasse oltre 20 milioni di euro…), un fatto non da poco se si pensa che l’intera operazione era nata come ripiego.

Il produttore del film era Carlo Ponti, lo stesso che aveva ingaggiato Totò nella realizzazione di L’imperatore di Capri. Quest’ultima pellicola però stava avendo dei ritardi realizzativi e, per ammortizzare i costi, si decise di produrne un’altra riciclando praticamente per intero il cast tecnico ed artistico che stava partecipando al film di Comencini. Dalla produzione alla realizzazione, Totò cerca casa era davvero un manifesto programmatico del «tirare a campare». Sotto un tetto, qualunque esso fosse Totò cerca casa: il Principe sabotatore.

 

Di Alice Catucci e Gianluca Vignola

Illustrazione di Martina Manna

LEGGI ANCHE: Il cinema de NoantriIl cinema immagina il futuro