GIALLI TRASTEVERINI

Intervista all’antiquario trasteverino Giacomo Serafini, tra capolavori d’arte e inchieste giudiziarie

Sotto la camicia una cicatrice segnava ancora dove il proiettile era entrato.

Mentre parlavo con il giornalista mi toccai meccanicamente il braccio sinistro, ricordando di come mi fossi procurato quel marchio.

Spesso mi chiedo se ne valga la pena. Poi controllo il mio conto in banca.

“Il lavoro di antiquario? Mortalmente noioso, glielo posso assicurare.”

Ampio sorriso e guizzo intelligente dietro gli occhiali, Serafini, cinquantotto anni, mi accoglie nel suo negozio d’antiquariato in Via Sturbinetti 1. A due passi da Piazza San Cosimato, la bottega ha ogni opera d’arte possibile e immaginabile: da idoli cinesi di giada a cammei romani in alabastro, passando per dipinti del 1600 e oreficeria longobarda.

“In fondo io mi limito a far passare di mano degli oggetti” continua offrendomi da bere.

Il suo lavoro però è anche costellato da grandi scoperte, come quella di nove anni fa della statua greco-buddhista del “Demone di Gandhara”.

“Un ritrovamento del tutto fortuito, glielo assicuro. Stavo facendo una valutazione per conto di un cliente, catalogando la sua collezione, quando ho notato una scultura in un angolo. L’ho riconosciuta subito: un capolavoro, il massimo esempio dell’incontro tra arte greca, iranica e indiana nell’Afghanistan dei primi secoli dopo Cristo. Il proprietario neanche era consapevole di avere un simile tesoro”.

Nove anni prima.

  – Sicuro che sia il Demone, Ruya?

  – Sicurissimo. Aspetta un momento. – il mio compagno drizzò le orecchie – Sta arrivando qualcuno.

Diedi un ultima occhiata al Demone di Gandhara (un magnifico apollo d’argento con gli ornamenti di uno spirito indiano e le contorsioni di un fachiro), per poi riporlo con delicatezza nella borsa a tracolla. Mi voltai verso Ruya. Il gatto fissava immobile una finestra, immobile come se avesse visto un fantasma.

  – Quanti sono? – chiesi.

Il gatto rimase immobile per un secondo, in ascolto: – Direi tre o quattro.

  – Cazzo, Navarre deve aver rigirato l’informazione a qualcun’altro. Questa volta lo ammazzo davvero.

Andai verso la finestra e guardai di fuori, attraverso le imposte rotte. Dovetti socchiudere gli occhi, accecato dal sole estivo. Prima vidi solo il giardino di fronte l’ingresso della villa, un ammasso di erbacce da cui emergeva qualche statua e una fontana asciutta. Poi notai tre uomini che uscivano da un bosco oltre il giardino, seguendo un vecchio sentiero. Grossi, con jeans e occhiali da sole. E pistole alla mano.

  – Sanno che siamo nei paraggi, Ruya. Devono aver visto la mia macchina.

  – Grandioso…

Corsi verso l’altro lato della villa, stando attento a non inciampare nella penombra. Una veloce occhiata confermò i miei timori. La villa, un gioiello liberty abbandonato e in rovina, era stata costruita su un promontorio a picco sul mare, e su tre lati era circondata da rocce aguzze a strapiombo.

  – Temo che l’unica uscita sia l’ingresso principale.

  – Dove sicuro ci vedranno, Giacomo. Tu lo sai che a questo giro ci lasciamo la pelle, vero?

Il Demone è poi stato venduto dalla casa d’aste “Roesler’s”, per la cifra di 635.000 euro. L’acquirente ha celato la sua identità tramite una società off-shore, e a tutt’oggi il mistero su chi sia rimane. Non è preoccupato da questo tipo di episodi?

“Che piaccia o meno il mercato dell’arte funziona così. In pochi sono disposti a spendere cifre simili per un singolo oggetto, e questi pochi cercano discrezione”.

Mi dovevo inventare una soluzione alla svelta.

Non avevo neanche la pistola con me, credevo fosse un lavoro tranquillo. Mi guardai intorno, nella poca luce che filtrava dalle imposte chiuse. Un piccolo spiraglio veniva dal piano di sopra, attraverso un buco nel soffitto. L’intonaco e gli stucchi bianchi erano macchiati d’umidità, e in alcuni punti si vedevano le travi marce sottostanti.

  – Ok. Ruya, hai presente la terrazza che copre il patio d’ingresso?

  – Sì, ma che diavolo c’entr…

  – Vai lassù, e fai rumore non appena entrano qui dentro.

Lui capì al volo, sorrise e corse via in perfetto silenzio. Io invece mi nascosi in un angolo della stanza, vicina all’entrata dell’edificio. Feci attenzione ai mobili rotti, travi e altro ciarpame sparso per terra, cercando di fare meno rumore possibile.

Subito dopo entrarono i tre, in silenzio. Sopra il continuo frinire delle grilli sentivo i loro passi a pochi metri di distanza: si muovevano lentamente e con circospezione. Di colpo venne un rumore di sassi che cadevano dal piano superiore. I passi accelerarono e si allontanarono verso l’alto. Un rivolo di sudore mi scese lungo la schiena.

  – Tutto a posto, è solo un gatto. – sentii attraverso le pareti.

Il soffitto stava reggendo. Imprecai mentalmente. Quando, in un crescendo, uno scricchiolio aumentò di volume fino a diventare uno schianto. Corsi il più velocemente possibile verso l’entrata.

Questa “discrezione” di cui parla, potrebbe nascondere qualcosa? Ultimamente si sono moltiplicate le inchieste giudiziarie riguardo il mondo dell’arte: riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale, corruzione, sembra che l’arte si sposi bene con la criminalità.

“Non posso negare che ci siano stati episodi spiacevoli negli ultimi anni. In fondo un’opera d’arte ha dei vantaggi notevoli: facile da trasportare e da nascondere, e con il tempo il suo valore non fa che aumentare. E noi venditori non abbiamo alcun controllo sugli acquirenti”.

Successe tutto nel giro di pochi secondi.

Uscii fuori e venni di nuovo abbagliato dalla luce. Distinsi vagamente due sagome per terra. Mi avventai su di loro alla cieca: un pugno, un calcio. Riuscii a tramortirli, raccolsi una pistola. Intanto una zona del mio cervello si chiese dove fosse il terzo uomo. Mi girai. Troppo tardi: uno sparo e avvertii un dolore lancinante al braccio sinistro. Uno di loro era rimasto indietro, ed ora mi stava di fronte puntandomi contro la pistola.

Ero un uomo morto.

E come commenta le indagini che hanno visto lei come protagonista? Secondo gli inquirenti, la provenienza di molti suoi reperti è alquanto dubbia.

“Accuse da cui sono stato assolto. Molto tempo fa”.

L’uomo stava per sparare ancora quando Ruya gli si lanciò contro.

Balzò dai resti della terrazza e gli atterrò sulla faccia, iniziando a graffiarlo come una furia. Ne approfittai e presi tutto il tempo che mi serviva per mirare. Lo presi alla gamba.

Ritornare a Roma con quel braccio ferito non fu ovvio, ma per fortuna avevo subito solo un colpo di striscio. Peccato che quella storia non fosse ancora finita.

  – Signor Serafini?

Una donna sui trent’anni, capelli biondi molto corti e vestito elegante, entrò nel negozio qualche giorno dopo, seguita da due uomini. Gli stessi che avevo tramortito qualche giorno prima alla villa. Cambiava solo il vestito, un completo scuro questa volta. Senza aspettare un invito, la donna si sedette di fronte alla mia scrivania.

  – A chi devo il piacere? – chiesi. Mi raddrizzai sulla sedia, sudando freddo.

  – Penelope Roesler.

La conoscevo di fama, ma non l’avevo mai incontrata di persona. Gestiva una grande casa d’aste, la “Roesler’s” appunto, ma avevo sentito anche altre storie su di lei. Ben più curiose.

  – Temo lei abbia ferito alcuni dei miei dipendenti, signor Serafini.

  – I suoi dipendenti cercavano di ficcarmi simpatiche pallottole in corpo. Riuscendoci.

  – Probabilmente avevano un buon motivo per farlo. Li ha provocati?

  – Senta, se lei è qui e io sono ancora tutto intero significa che vuole discutere. Quindi andiamo al sodo, cosa vuole propormi?

L’accordo fu questo. Io cedevo il Demone, in cambio di un buon compenso. Una cifra niente male, ma nulla in confronto a quanto avrei ricavato vendendo la statua per conto mio. In cambio lei mi avrebbe commissionato il recupero di alcune opere e allargato il mio giro d’affari. E, bontà sua, mi avrebbe lasciato vivere. Molto meglio di quanto sperassi.

Come si spiega però tutte queste ombre sul mercato d’arte? Non è preoccupato che la nostra cultura finisca nelle mani sbagliate?

Serafini inarca un sopracciglio, e scoppia a ridere subito dopo. “Davvero, mi scusi, non sono fatto per certi discorsi sui massimi sistemi. Sono solo un semplice antiquario”.

Di Pietro Antonini

Illustrazione di Fabio Malpelo

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